Adolescenza e parole… osare si può!

di Don Alessandro Lembo

«Ma dove è finito, quel ragazzino dolce che ogni giorno rientrava da scuola ben disposto, salutava e raccontava com’era andata la giornata? E da dove è uscito quest’orso quasi sempre ‘girato’, a cui bisogna strappare le parole con la pinza per sentire ancora la sua voce?». Con varianti più o meno colorate, molti genitori e/o educatori di adolescenti troveranno che uno sbotto del genere ben si presterebbe a esprimere stati d’animo e situazioni in cui spesso si trovano.

Schermata 2018-06-05 alle 17.56.27E d’altra parte, molti adolescenti, sentendo uno sfogo di questo tipo, si ritroverebbero a chiedersi cosa vuole sto rompiscatole di turno, cosa vorrebbe sapere, di cosa poi vorrebbe che parlassero.

Si dice che in adolescenza si diventi parchi di parole. Sarà poi vero? Boh, faccio fatica a ricordare se parlassi meno o più di adesso. Credo di sì: un po’ meno. Certo è che, in adolescenza, abitualmente il fiume del dialogo col m
ondo adulto si trasforma in esile ruscello e in molti casi arriva proprio ad essiccarsi. Per riemergere, non sempre, qualche anno più tardi.

Sappiamo che, generalmente, gli uomini sono meno inclini, rispetto alle donne all’introspezione, a tematizzare sentimenti e stati d’animo.

È evidente come questa differenza sia più marcata proprio nel periodo dell’adolescenza. in questa fase infatti i maschi sentono molto più forte la spinta all’esplorazione del mondo esterno, mentre le femmine sembrano più inclini all’esplorazione del mondo interno, dei pensieri e delle emozioni. i primi fuggono i discorsi personali, le seconde sembrano un po’ più disponibili.

Così lo spiega Pietropolli Charmet: «È come se i maschi cercassero il valore della nuova identità e delle nuove competenze nel mondo esterno, seguendo a tutta velocità la conformazione del proprio apparato sessuale che indica la strada dell’esplorazione verso l’esterno… invece, l’esperienza esplorativa delle giovanissime femmine si rivolge verso il mondo interno, verso la corporeità e le sue cavità generative».

Se ci spaventa di più una parola dura, che una parola vuota, il rischio di scivolare nell’insignificanza è alto.

E i ragazzi fuggono.Schermata 2018-06-05 alle 17.53.38

Evidentemente, allora, le ragazze saranno molto più propense alla parola, mentre i maschi  se
mbrano avere molto meno bisogno di parole, fino a quasi mostrarsi allergici a discorsi seri e personali, specie con un adulto. E tuttavia, con le parole non sono poi così incompetenti, ’sti ragazzi. Te li ritrovi ad un concerto e son capaci di snocciolarti senza esitazioni, i testi delle canzoni preferite, che sono fatte di parole e per di più, in molti casi, anche straniere. allora, cosa? Come si spiega che ad un certo punto si diventa refrattari alle parole di genitori, educatori e preti e si corre dietro a slogan, mode e ritornelli? Oppure.

Si diventa muti con i grandi e chiacchieroni su chat frequentate smanettando a velocità supersonica su smartphone e affini.

Molte spiegazioni si potrebbero invocare. Qualche indizio spero si possa trovare anche nei pensieri che condividiamo in questi mesi su questa nostra rivista. Ma oggi mi gira in testa soprattutto questa idea: e se lo sciopero di comunicazione con gli adulti fosse una richiesta tacita di parole vere? Ma come? si dirà, e quelle dei cantanti o delle chat, quelle sarebbero le parole vere di cui voi siete alla ricerca? Oh bella!, forse non son vere, ma per lo meno son diverse e non noiose. Vedremo dopo, chissà, se saranno anche resistenti!

Sarò un illuso o un privilegiato, ma non credo sia difficile parlare con gli adolescenti. Sarà forse perché gli adolescenti con cui vivo io da quattro anni sono marziani, sono diversi: adolescenti in seminario. Residui in estinzione di un mondo altro che non tornerà, strascichi di un Est-Europa che si affretta a scimmiottare l’occidente, apprendendone rapidamente i tanti vizi, prima delle conquiste di civiltà e progresso?

in seminario, se parlano – mi si dirà – è per ufficio e non per scelta. Dazio dovuto per una permanenza nell’ambiente, in cui, per fede, per incoscienza o costrizione degli eventi, si son trovati proprio nella stagione dei desideri e della libertà. Ebbene, no! Non è così!

D’ufficio, previsto allo scadere del mese o del semestre, può essere il colloquio. La verifica. Pratica vuota, di cui abbiamo bisogno noi, i grandi, più che i ragazzi che pretendiamo d’aiutare. Ma il dialogo, profondo, il raccontarsi e lo svelarsi, nella fatica del cammino che ancora non può intraveder la meta, questo è solo dell’incontro vero, che non si comanda, ma semplicemente accade.

Di questi accadimenti comincio a diventare, sempre più frequentemente, fortunato destinatario. Per un motivo semplice che provo, senza vanto e senza pudori imbarazzati, a riconoscere con voi: sono capace di parole vere. Non sempre le migliori. Spesso incomplete e magari vacillanti, ma tendenzialmente vere. E loro lo sentono, se ne accorgono. L’adolescente ha un radar sensibilissimo all’autenticità e alla coerenza. È capace di perdonare e soprassedere a sbagli, incertezze e perfino goffaggini. Ma chiude  ogni canale di fronte alla falsità.

Sono certamente validi gli sforzi per cercare forme moderne di comunicazione, tecniche e strategie che sappiano concorrere con i messaggi luccicanti delle diverse proposte, da cui i ragazzi sono bombardati. Ma forse sarebbe più utile, più difficile, e infinitamente più bello, curare l’autenticità della vita e del linguaggio. Se i ragazzi non parlano con gli adulti, non sarà anche perché, almeno in parte, non trovano parole vere e si sentono sommersi da una comunicazione che non sa osare? allora meglio gli eccessi delle mode, che noi sappiamo manipolanti, ma loro no, non possono saperlo.

Sono certamente validi gli sforzi per cercare forme moderne di comunicazione, ma forse sarebbe più utile, più difficile, e infinitamente più bello, curare l’autenticità della vita e del linguaggio.

Come faceva Don Lorenzo Milani a catalizzare giovanissimi in una scuola esigente, severa, che conosceva pochissimo di svaghi, giochi e altri espedienti su cui noi puntiamo per coinvolgere i ragazzi? Chiamava le cose per nome. anche con i suoi ragazzi. E ha pagato caro per non venir meno alla sua scelta: «Vi giuro che vi dirò sempre la verità anche quando non fa onore alla mia ditta Chiesa». È il contratto firmato il primo giorno di Scuola Popolare. In questi mesi, grazie all’attenzione sollevata da Papa Francesco sulla sua figura (e ai generosi regali di qualche

benefattore) ho potuto conoscere di più i suoi scritti. Capisco adesso le parole del suo padre spirituale: «Quando lo incontrai la prima volta mi accorsi subito che aveva la durezza e la trasparenza del diamante. Era destinato a ferire e a ferirsi». Non aveva tutti i torti il suo Vescovo quando in una lettera gli spiegava così le ragioni dell’isolamento in cui lo aveva confinato: «Ora la tua natura, il tuo modo di parlare, di scrivere, di essere, ti porta agli scontri verbali, agli estremi, alle espressioni limite… l’atteggiamento che assumi nelle tue polemiche, nelle tue denunce, esprime certamente un sincero amore della verità, di Dio, dei poveri, ma non di rado ferisce gli altri oppure offre pretesti a chi vuol colpire la Chiesa».

Ma, se ci spaventa di più una parola un po’ più dura, che una parola vuota, il rischio di scivolare nell’insignificanza è alto. E i ragazzi fuggono. Don Milani faceva centro perché era capace di sedersi intorno a un tavolone con i suoi ragazzi, «Senza preoccuparci di dover spiritualizzare o soprannaturalizzare discorsi che sono già soprannaturali» perché fatti da persone che la croce la portano dentro «Può darsi più austera e più grande e più umiliante che quella che han dimenticato di tracciar per aria». Beh, credo si possa essere veri anche essendo un po’ meno spigolosi di Don Milani. Ma quasi mai senza essere scomodi.

   

Pubblicato sul Don Orione Oggi N.5, maggio 2018

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