Dio ha messo nel mondo abbastanza luce per chi vuole credere, ma ha anche lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere

– Blaise Pascal

Sarà la primavera che inizia, sarà la stanchezza accumulata nei mesi passati o forse solo il caso che si diverte a farmi uno scherzo, ma per me, questo periodo dell’anno, fin dai tempi del Liceo, è sempre caratterizzato da un generale senso di stanchezza e di poca voglia di mettermi in moto, sia fisicamente che mentalmente. E anche la mia spiritualità ne risente: si appesantisce, perde freschezza, costa molta più fatica del solito. Proprio in questi giorni riflettevo come sia curioso che questo mio periodo no annuale cada praticamente sempre in Quaresima. Quest’anno poi, mi capita di riflettere su questa situazione proprio nella settimana migliore.

Domenica, infatti, è stato proclamato il Vangelo della Trasfigurazione, un brano strano: luminoso eppure così misterioso. Un lampo di luce, una metamorfosi, una nube, una voce, ci sono tutti gli elementi di un racconto mitico in piena regola. Tuttavia, i conti non tornano; dopo questo avvenimento, Gesù e i tre apostoli torneranno alla loro vita di sempre, non raccontando nulla a nessuno dei loro compagni. Hanno sfiorato il Cielo e ora ritornano a calpestare la terra polverosa della Giudea. Hanno intravisto la gloria, ma ancora dovranno passare attraverso la Croce. E solo allora, solo quando la catastrofe sarà completa, ciò che era stato anticipato diventerà realtà, per sempre. Il Risorto porterà a compimento il Trasfigurato.

Questo brano evangelico mi ha servito un perfetto assist. Vedete, sembra quasi che a Dio piaccia giocare a nascondino. Lancia segnali, lascia intravedere la propria sagoma per poi voltare l’angolo e scomparire. I giorni di Tabor si alternano inesorabilmente con traversate nel deserto. È questo il nostro destino, vivere accettando momenti in cui sentiamo Dio vicino e altri in cui sembra scomparso oltre l’orizzonte della nostra esistenza. Capiamoci, Lui è sempre là, al nostro fianco, solo che noi non sempre siamo capaci di scorgere l’uomo della Trasfigurazione. Questo significa camminare nella fede.

E non è che Dio sia un bambino dispettoso o un sadico che si diverte a farsi cercare e a non farsi mai raggiungere. Tutt’altro, è anzi così educato e discreto da mettersi al nostro passo e a non manipolarci. Lui ci vuole, ma ci vuole liberi e interi. Non vuole da noi solo sentimenti epidermici, né vuole manipolarci. Quando si lascia intravedere, lo fa per ricordarci che non siamo soli e che ci accompagna, quando si mette in disparte, si ritira perché vuole che impariamo a camminare con le nostre gambe e a cercarlo non come un bambino cerca un genitore che lo vizi ma come si cercano un padre e una madre, che lascino che il proprio figlio diventi adulto e che faccia la propria strada pur continuando ad amarli.

Quando ci sembra che Dio sia lontano, che il Cielo sia chiuso, non cerchiamo una facile soluzione; viviamo la situazione fino in fondo ricordando che stiamo camminando verso una meta che abbiamo intravisto e accentando che non possiamo comprendere e capire tutto. Questa è la grande lezione del Tabor: impariamo a camminare nella penombra.

Related Posts

Latest Stories

Search stories by typing keyword and hit enter to begin searching.