Questa è l’ultima volta che ti perdono… Di solito, queste parole causano in colui a cui sono rivolte uno strano mix di emozioni, o almeno così capita a me: si parte da un’iniziale sospiro di sollievo, consapevoli di averla scampata bella, quasi subito si instaura un certo senso di gratitudine verso chi ci da questa magnanima concessione, per poi passare al timore di perdere il vantaggio acquisito. Timore che, puntualmente, dura una manciata di giorni, nel migliore dei casi. Poi, salvo rari casi, si ritorna agli stessi comportamenti di prima e il ciclo ricomincia, in attesa di una nuova ultima volta. Immagino che più di qualcuno si sia trovato impigliato almeno in un’occasione in questo strano circolo. Forse qualcuno potrebbe addirittura essercisi incastrato con le proprie mani. È l’ultima volta che… (inserire errore commesso e che non si vuole ripetere). Ebbene, anche la vita di fede non è esente da queste dinamiche.

Il Vangelo di domenica scorsa infatti, tra una massacro e una torre crollata, ci ha donato una di quelle che considero le pagine più belle dell’intera Scrittura. Non foss’altro che perché mi fa tirare, ogni volta che lo ascolto, quel famoso sospiro di sollievo. La parabola del fico “graziato” ci mostra il volto di un Padre che non teme di perdere tempo con i propri figli, che non è legato da schemi moralistici e che è pronto a darci un’ultima possibilità. Chi si occupa di animazione sa bene che uno degli errori peggiori da fare con un bambino o un ragazzo è quello di rimproverarlo usando il verbo essere: sei stupido, non sei capace, sei cattivo, non cambierai mai -ok qui il verbo essere non c’è ma è comunque sottinteso- sono tutte frasi che uccidono. E uccidono perché chiudono il portone delle possibilità. Attaccano un’etichetta. Classificano. Chi si sente dire cose del genere pensa che i grandi non abbiano fiducia in lui e che non l’avranno mai. Peggio, potrebbe convincersi che hanno ragione a non avere fiducia in lui.

La lezione che la vicenda di questa pianta ostinatamente improduttiva ci ricorda che Dio non agisce e non pensa in questo modo. Dio odia le etichette e gli incasellamenti. Ci ha fatti, ci conosce meglio di chiunque altro e persino meglio di noi stessi: non può tollerare che veniamo schiacciati da una definizione. E non può perdere la speranza con noi. Quando ci sentiremo tristi, avviliti, scoraggiati, quando ci sembrerà di aver commesso errori imperdonabili, quando penseremo di essere un eterno fallimento, quando più nessuno vorrà darci fiducia, il fico sarà sempre là; e se guarderemo con attenzione, vedremo, all’ombra dei suoi rami così rigogliosi eppure incapaci di produrre frutti nonostante tutti gli sforzi, un contadino sorridente con la zappa in mano e gli occhi di un sognatore che sa vedere oltre le apparenze. Occhi di chi sa sperare e non può farne a meno. Occhi di chi sa prendersi cura anche di chi non può o non vuole ripagare i suoi sforzi. Occhi di un Dio che sa amare al di là di tutto.

E, se proveremo ad ascoltare con le orecchie dell’anima , forse potremmo addirittura sentirlo sussurrare quelle parole che tanto possono scaldarci il cuore: “lascialo ancora… ancora un po’… solo un po’… non tutto è perduto”. E vedremmo, guardando con ancora più attenzione, che quel fico siamo noi.

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