2. La confessione, il don e l’animatore

Riflessioni semiserie per impegnarsi seriamente nell’animazione

Composizione di luogo:

Ufficio del don in un pomeriggio semicalmo, prima dell’inizio del catechismo e del doposcuola.

Personaggi:

Il don: nel suo ufficio semiaddormentato dopo la solita serata finita tardi con il gruppo adolescenti e la digestione che fa da sfondo alla voglia di dormire. Ha un sacco di cose da preparare ma poca voglia, lo spettacolo incombe e nessuno s’accorge che “non siamo pronti”.

Lui, l’animatore del gruppo adolescenti: è uscito prima dall’università, sa che il don a quell’ora è nel suo ufficio e siccome il giorno prima ha vissuto le confessioni dei “suoi ragazzi” decide che deve farsi coraggio e avvicinarsi anche lui a questo sacramento. Di fatto lo scorso Natale ha saltato e, dopo Pasqua, a Roma con il decanato vedendo il Papa ha pensato che il sacramento era stato in qualche modo celebrato e lui perdonato. Per dirla tutta, però ci aveva provato diverse volte ma il don, ogni volta che lo vedeva gli chiedeva qualcosa del gruppo che seguiva, della convivenza appena vissuta, della locandina da ultimare…

Azione:

Lui entra senza bussare, si sente il primo collaboratore del don, quello che l’ha visto crescere, gli ha affidato il gruppo, insomma c’è stima reciproca. Si salutano cordialmente.

Da subito il don capisce che la visita non è dovuta alla cortesia di cui lui è comunque dotato, così finge di preparare il solito incontro che altri gli hanno affibbiato. Lui gira fingendo interesse, chiede qualcosa circa la preghiera alla Cardarelli e la preparazione allo spettacolo. Il don pensa: 

«comincio io e glielo facilito» e l’altro «non c’è occasione migliore di questa» e alla fine contemporaneamente senza pause sbottano: «Speriamo ci sia gente allo spettacolo, domani!». 

Ridono, poi lui, guardando a terra e fingendo un attacco di pertosse dice: “Hai tempo per confessarmi?”.

Il sorriso del don è un sì. Si alza, prende la stola che ha dietro la chitarra e si comincia.

Dunque?

Nel rapporto prete-educatore si staglia a volte anche il sacramento della riconciliazione. Di fatto non è solo confessione: è dialogo, è ricomposizione in unità di tanti frammenti di vita, è percezione di stima reciproca, è riconquistata fiducia in sé, è orientamento da prendere, sono proposte, disponibilità e distanze ragionate verso alcune decisioni.

Una volta la chiamavano direzione spirituale, oggi è una interminabile confessione, tanto confusa da risultare poco più di uno sfogo e molto meno di un incontro sacramentale col perdono di Dio. La propria infedeltà al piano di Dio non viene colta, perché soffocata nella percezione da una serie di contorsioni sentimentali in cui spesso un giovane preferisce leggere e talora giustificare i suoi comportamenti. E il prete, anziché caricare il perdono di Dio di grandi significati, coglie l’occasione per ricucire dialoghi troncati, fare osservazioni alla vita di gruppo, manifestare pareri e giudizi personalissimi sull’opinabile.

Eppure capita, ed è occasione importante da non lasciarsi sfuggire, perchè nella celebrazione del sacramento è Gesù stesso che entra nella vita del giovane.

Credo sia importante recuperare l’aspetto del riconciliarsi, soprattutto in una realtà in cui il problema è sempre l’altro. Vivere la riconciliazione è fermarsi per ricaricarsi, ri-orientarsi, riconciliarsi con gli altri, con se stessi, con Dio. E’ bene che diventi appuntamento costante, gioioso, rigenerante per sé e per chi ci sta accanto. 

Non lasciarti sfuggire questa occasione!

Alessandro Digangi

La cocciutaggine sarda, la passionalità siciliana e l'operatività torinese fanno di lui un ragazzo intraprendente e sacerdote creativo. Affascinato dal mondo degli adolescenti e affamato di una vera educazione al bene, è un gran divoratore di libri e scrittore dalla penna fresca e pungente, che non si stanca mai di prendere spunto dalla poesia di Baglioni.

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