3. Il gruppo educatori e la crisi

Riflessioni semiserie per impegnarsi seriamente nell’animazione 

Composizione di luogo:

Tarda mattina. Casa o università o luogo di lavoro. Metà gennaio. Schermo del cellulare

Personaggi:

Il don: impegnato in programmazioni iperboliche che mettano insieme la preparazione al sacramento della riconciliazioni ed il carnevale ormai alle porte.

Animatori: diversamente impegnati in alcune situazioni comuni. Ognuno relativamente presente a se stesso nonostante sia mattina, di una sessione di esame incredibilmente complessa o di una giornata lavorativa delle più noiose di sempre.

Azione:

La mattina presenta le tipiche caratteristiche di una giornata primaveriale nonostante sia gennaio inoltrato e tutti aspettano un cambiamento repentino delle condizioni atmosferiche. Nel gruppo degli educatori circola, anche se non lo dice nessuno, la preoccupazione per la riunione di preparazione per gli incontri del semestre che richiede un’impegno maggiore del solito in quanto il muscolo della creatività si è atrofizzato nelle vacanze di Natale e il calendario presenta non pochi incontri all’orizzonte.

Mentre radio deejay declama la fine della trasmissione di Linus e Nicola su whatsapp, nel gruppo educatori arriva una notifica. E’ un video.

Il don l’aspettava da tempo e già riconosce in quel video delle conseguenze non facili.

Dopo neanche dieci minuti la doppia spunta blu indica che tutti hanno visualizzato.

Appare immediatamente un’altra notifica: il nome dell’educatore seguito dalla sigla “…ha abbandonato il gruppo”.

Dunque?

Essere educatori di un gruppo ai tanti che frequentano le mura parrocchiali può sembrare facile e a tratti banale. Richiede d’altronde un impegno di circa due ore la settimana, di sera, con degli adolescenti pronti come spugne ad essere imbevuti di tutto quello che gli si propina.

Chi è chiamato a svolgere questo servizio invece inizia con la gioia di sentirsi utile per una volta alla comunità, in un periodo della vita che segna passaggi importanti, con ragazzi quasi coetanei per cui diventare punto di riferimento. 

Nel tempo l’educatore si accorge che dietro l’incontro si stagliano ore ed ore di riunioni per mettere a punto la tecnica migliore per dire quello che si vuole dire, momenti di confronto con i ragazzi stessi che richiedono un confronto per mettere in luce le venature di crisi che l’età porta con sè, la crescita di se stessi.

Quest’ultimo punto è forse il più bello da ricordare quando ormai grandi si ripensa alla propria esperienza di educatore ma certamente il più difficile da vivere. 

Le difficoltà che ho visto maggiormente presenti risiedono da una parte nel confronto che l’educatore vive con l’adolescente stesso; il feedback che i ragazzi rimandano a noi adulti è spesso motivo di regressioni adolescenziali che portano alla luce inconsistenze mai superate e messe sotto la maschera di un’adultità ancora informe.

L’altra difficoltà, che è anche una risorsa risiede nel gruppo stesso degli educatori, meglio se tutti sono già amici, escono insieme e fanno parte della stessa compagnia: l’uscire insieme diventa anche occasione per condividere fatiche di qualcuno e motivo di confronto continuo, purtroppo non capita mai così. Il gruppo educatori si deve formare ed ognuno deve riuscire a smussare gli spigoli che il proprio carattere mette in evidenza nella preparazione dell’incontro, nella conduzione, nel confronto circa la visone che ognuno ha della vita e del cammino da proporre.

Lasciare il gruppo educatori è sempre un gesto caparbio e forte. Dico sempre che è bene vivere le “chiusure” nella nostra vita, ovvero mettere la parola fine alle esperienze che viviamo siano esse positive o negative. Il gesto estremo di abbandonare il gruppo non mi preoccupa nel cammino del singolo educatore, spesso infatti deve essere accompagnato dal don, quanto per l’impatto che assume nei confronti dei ragazzi e maggiormente nel gruppo degli stessi educatori.

Il più delle volte non è compreso ed è motivo di giudizi trancianti e senza misericordia, magari anche davanti ai ragazzi stessi.

Non ci sono ricette giuste, a volte accompagnare significa solamente accettare in silenzio, resta importante non abbandonare l’educatore che vive il fallimento, se vuole e se ci sono le prospettive per farlo, è bene accompagnare anche i gruppo stesso evitando sensi di colpa inutili o claudicanti tecniche di pronto soccorso.

D’altronde l’educazione non è una scienza esatta, come l’amore si impara vivendo.

Alessandro Digangi

La cocciutaggine sarda, la passionalità siciliana e l'operatività torinese fanno di lui un ragazzo intraprendente e sacerdote creativo. Affascinato dal mondo degli adolescenti e affamato di una vera educazione al bene, è un gran divoratore di libri e scrittore dalla penna fresca e pungente, che non si stanca mai di prendere spunto dalla poesia di Baglioni.

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