4. La vocazione dell’educatore

Riflessioni semiserie per impegnarsi seriamente nell’animazione 

Composizione di luogo:

Oratorio in un primo pomeriggio assolato e tranquillo.

Personaggi:

Il don: passeggia godendosi il suo “regno” in solitaria, in una pausa post prandiana prima di combattere il solito pomeriggio in trincea tra catechismo, mamme ansiose per il ritiro della prima confessione in programma domenica, educatori del gruppo delle medie in ansia per l’incontro programmato fra due giorni, qualche bullo del quartiere.

Altro don: preoccupato di una situazione in oratorio. Ha mangiato in fretta perchè il pomeriggio che gli aspetta è un altro fallimento in arrivo.

Azione:

Il telefono squilla e sul display appare il nome del “collega don” in un’altra parte d’Italia. 

La tentazione di non rispondere è a livelli alti: sono le 13.20; c’è il sole ma soprattutto: “Mi riverserà addosso la solita valanga di problemi. Ed io cosa gli dico?”.

Un po’ la vocazione al martirio tipico dei preti di oratorio, unita al ricordo che è già la terza volta che chiama, fa in modo che il suo dito digiti l’icona verde di risposta.

Dall’altra parte nemmeno un “Ciao, tutto bene?”, solamente una serie di problemi: animatori che hanno perso la voglia di fare, genitori che lottano contro di lui, gli altri operatori pastorali che oziano nelle loro faccende, lui che ne ha le…scatole piene e che non sa che cosa fare.

Il monologo termina alle 13.45 mentre il sole continua a splendere e qualche ragazzo passa in mezzo alla via con lo zaino di scuola, il sorriso al cielo e la promessa: “Ciao don, ci vediamo fra un po’ per il doposcuola!”.

C’è un attimo di silenzio, il vice parroco inondato dal sole abbozza un sorriso e dice: “Continua ad indicare il cielo!”. 

Il consiglio l’ha dato all’altro o a se stesso?

Dunque?

Sappiamo tutti che educare è giocare d’azzardo. Ogni occasione è buona per cercare di portare a casa un risultato.

Forse l’errore più grande sta proprio in questa ricerca di risultati soddisfacenti, qualcosa che possa farci andare a letto felici, quasi che se all’azione pensata corrisponde un frutto allora siamo bravi educatori, nel caso contrario, be’ dobbiamo lavorarci sopra ancora un po’. E’ proprio così?

Mi ha colpito come la Bibbia, raccontando la vocazione del profeta Ezechiele, al capitolo 3 versetto 16 dica: “Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele”. Mi sono fermato un attimo a pensare che forse questa verità da tutti conosciuta ha bisogno di essere ogni tanto spolverata nel nostro agire pastorale soprattutto in mezzo ai giovani.

Siamo stati chiamati ad essere sentinelle di Dio, ad indicare sempre e comunque il cielo. 

Siamo chiamati a ricordare a coloro che ci stanno attorno e che abbiamo la fortuna di accompagnare nel cammino di crescita che vale la pena ancora abitare il cielo.

Tutti facciamo i conti con momenti di difficoltà grandi o piccoli, fa parte del “contratto” con Colui che ci ha chiamati a lavorare, il quale ha suggellato il suo maggior momento di share con la morte in croce. da quel momento essa non è solo un simbolo ma il paradigma del nostro essere educatori.

Non possiamo cambiare i cuori di tutti, non siamo sempre capaci di progettare in maniera creativa l’attività giusta per la situazione che ogni ragazzo vive; una cosa però ci è chiesta: “ricordare che esiste il cielo”.

Questo implica di non scoraggiarsi mai, richiede di mettere un pizzico di valore in ogni cosa che faccio. La professionalità è importante, così come la preparazione, ma non sarà questa a fare la differenza. E’ piuttosto la modalità del mio educare che deve essere abitata da Dio, dal Cielo appunto.

I ragazzi si allontanano e non vengono a Messa la domenica: continua ad indicare il cielo.

Spesso gli adolescenti non vengono agli incontri preparati con cura: continua ad indicare il cielo.

Tutto attorno a te puzza di fallimento: continua ad indicare il cielo.

Non è un comando, è il nostro compito, la nostra vocazione profonda come cristiani, come educatori.

Don Ale

Alessandro Digangi

La cocciutaggine sarda, la passionalità siciliana e l'operatività torinese fanno di lui un ragazzo intraprendente e sacerdote creativo. Affascinato dal mondo degli adolescenti e affamato di una vera educazione al bene, è un gran divoratore di libri e scrittore dalla penna fresca e pungente, che non si stanca mai di prendere spunto dalla poesia di Baglioni.

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