La “bellezza collaterale” della fine del mondo

“Caro Vasa,

sei proprio sicuro di volerti sorbire le storie di un giovane chierico italiano in terra malgascia? Ti scrivo cercando di mettere un po’ in ordine le idee, spero proprio non contassi su un racconto dettagliato e preciso, perché troverai piuttosto un crescente gorgoglio di pensieri e domande che mano a mano si sono fatti strada lungo questi giorni in Madagascar. 

In molti mi chiedevano: “Allora come va? Com’è lì?”. La risposta all’inizio era semplice, banale, ma sincera: “Bellissimo, incredibile, una meraviglia”. Già, perché atterrato in capitale ad Antananarivo (che già solo leggerlo è lunga, figurati pronunciarlo) sembrava di essere stati catapultati in un mondo nuovo da esplorare, dove ritrovarsi all’improvviso curiosi e stupiti per ogni bizzarra novità. Così il carretto di legno che portava i sacchi di terra era “bello”, come anche il taxibus, su cui sembravano salire continuamente persone senza riempirsi mai, e poi tutta quella sabbia, quel caos, quella luce, quei colori… Insomma, hai capito, ero un bambino perso in un film, felice di tutto ciò che lo circondasse. Arrivati poi nel nostro quartiere, fra scuole elementari e parrocchia, era tutto una grande festa: bambini con cui giocare, chierici muratori e una marea di gente felice. Perfino vedere i ragazzi giocare a calcio con una cartaccia appallottolata era “bellissimo”, appunto.

Dopo i primi 10 giorni però, sentivo che la risposta da dare agli altri iniziava a cambiare virando piano piano in “un’esperienza intensa, da macinare, da capire”. E ora eccomi qua, con te, a macinare e a digerire quanto vissuto. Gustare forse suonerebbe meglio, ma in alcuni casi certe domande sono veri e propri macigni da digerire. Allora permettimi di essere del tutto sincero, spietato. Pur non rinnegando i miei primi 10 giorni di incanto, vorrei spazzare via quell’aurea di romanticismo missionario. Già, perché lentamente si faceva strada un certo fastidio che inizialmente non sapevo decodificare, ma che presto ho riconosciuto essere rabbia. Rabbia, proprio rabbia, perché il mondo che avevo davanti agli occhi non era giusto! Com’era possibile accettare un mondo così disumano, così profondamente povero? Perché loro non hanno niente e io, a 18 ore di viaggio, invece ho tutto? Come è possibile? Dove abbiamo sbagliato? C’è qualcosa di profondamente ingiusto in questa differenza e so che non basterà questa lettera per rendere l’idea di cosa ho percepito, meglio, percepisco. Forse era colpa della mia ignoranza, di una certa indifferenza europea, eppure, di foto di missionari, ne avevo viste tante; fatto sta che quei bimbi che pescavano nella melma di immondizie, che poi era anche il cortile di casa, quei ragazzi che si spaccavano la schiena portando terra per pochi centesimi, quelle donne che lavavano senza pausa guadagnando meno di dieci centesimi in una mattinata e tutto ciò che ora non posso stare qui a scriverti, generava in me un enorme dolore legato al senso di ingiustizia di cui anche io mi sentivo colpevole.

Il passo immediatamente successivo era quello di chiedersi cosa fare percambiare le cose, sbattendo a muso duro contro il muro della frustrazione nell’accorgersi che non ero certo io che potevo cambiare il mondo. Ingiustizia e impotenza, due sensazioni che per un bel po’ di giorni sono state strette compagne del mio viaggio.

Un giorno poi, non eravamo più ad Atana, andando a Makasin, ho percorso la strada che tutte le mattine un centinaio di bimbi e di insegnanti fanno per raggiungere la scuola. Inutile dirti di quanti chilometri si tratti, piuttosto, voglio provare a regalarti la bellezza della Messa che abbiamo celebrato insieme a loro. Una festa di sorrisi e canti in cui hanno perfino osato ringraziarmi per essere stato lì con loro quel giorno. Cose da non crederci. E quei bimbi erano veramente felici.

Ha iniziato così ad aprirsi in me uno strano spiraglio di luce, inatteso e inaspettato. C’era davvero una bellezza in quel posto alla fine del mondo, diversa dal romanticismo dei primi giorni, ma vera e impastata con la terra. Difficile da definire, meglio provare a farlo con un film: la chiamerei una “bellezza collaterale”. Una bellezza reale, profonda, concreta che si scontra con un mondo veramente povero, in cui la dignità stessa è la posta in gioco e, mischiandosi con questo, pervade ogni sforzo di risurrezione. E’ quell’anelito di umanità che non può accettare questa situazione e lotta fino allo stremo per rialzarsi, per scuotere la rassegnazione e vincerla. È la forza di quei bimbi che camminano ostinatamente per raggiungere la scuola, è la fatica degli insegnanti che percorrono, non solo metaforicamente, la stessa strada dei loro ragazzi per offrigli un futuro possibile, è la speranza della gente di Makasina, che vuol dire appunto “casa della dignità”, una casa che insieme si sforzano di costruire.

Il tempo di intravedere questo spiraglio di meraviglia e per un istante sbirciarvi dentro, che era giunto il momento di ripartire. Mi accorgevo così di quanto non avessi capito niente, di quanto non potessi capire niente con le mie categorie da “vasa”, di quanta meraviglia ci fosse da contemplare e di quanto anche io avrei voluto togliermi le scarpe per camminare a piedi nudi su quella terra rossa intrisa di gocce di dignità.

Non può che finire così all’improvviso questa lettera, perché questo è quello che ho vissuto, che forse non è ancora finito, che forse mi porterà a cercarlo ancora, ma che certo non mi lascia in pace.”

Related Posts

Latest Stories

Search stories by typing keyword and hit enter to begin searching.