Capire la propria vocazione: i segni di Cristo nel cammino quotidiano

Mi chiamo Caterina, ho 18 anni, vengo da una bella città del centro e frequento il quinto anno del Liceo Scientifico (brutto affare). A scuola abbiamo parlato di vocazione: essere chiamati a ricambiare l’amore gratuito di Dio che ci ha messi al mondo, che ci ha dato la vita. Ricambiamo questa gratuità realizzando la nostra vita ognuno a proprio modo: tu facendo il prete, chi sposandosi, chi facendo il professore, l’architetto, il cuoco, l’ingegnere. E io? lo come faccio a sapere cosa devo fare? Sono certa che ognuno di noi sia chiamato. Ma se sbaglio chiamata? Cioè, se finisco a fare qualcosa che non mi piace? Se divento qualcosa che non voglio essere? Come la mettiamo? Pensa la fatica di fare per tutta la vita qualcosa che non ti piace, che non ti rende felice. E se la chiamata che è stata scelta per me è troppo grande? Se non riesco e fallisco?

Io voglio fare il dottore, lavorare al servizio degli uomini in difficoltà. E quando la medicina non serve più, la missione del dottore non è finita: lui è forse l’ultimo viso che il malato vede, da lui escono le ultime parole che il paziente sente, prima che l’anima venga dolcemente trasportata nel mondo di Dio. Il dottore alla fine prepara, accomoda e acconcia il suo paziente, quell’essere umano che gli è stato affidato, lo rende pronto a entrare in un nuovo mondo: ma non è stupendo? Ma io posso farlo? Sono in grado? La mia vocazione la sento, non sento di poter essere in grado di fare altro. Questa è la mia chiamata, ma se questa chiamata invece non è per me? Il cammino è ancora lungo e ripido: un mese di scuola pieno di prove da superare, una tesina da preparare entro un mese, un esame di maturità da affrontare, la scelta dell’università, il test d’ingresso… E se qualcosa va storto? Se questo sogno è irrealizzabile? La verità è proprio questa, un senso di inferiorità e di sconfitta mi pervade da circa un mese, proprio io che mi sono sempre sentita un leone in questo mondo malvagio che cerca sempre di buttarti a terra. Tante piccole sconfitte giornaliere stanno affievolendo il mio desiderio di credere in un grande e importante sogno, e ho paura che questi miei piccoli fallimenti accumulati uno sopra l’altro prendano il sopravvento e vincano. Io voglio essere un leone, voglio che il mio desiderio vinca, ma non riesco, piango, ho paura. Provo a reagire ogni giorno, ogni mattina ricomincio da capo e cerco di fare meglio del giorno prima, ma alla sera torno sempre sconfitta.
Caterina

Risposta: Grazie per la tua provocazione Caterina, perché mi obbliga a prendere sul serio la mia vocazione, vale a dire la mia relazione personale con Cristo. Le tue domande non si risolvono in una risposta, o con una ricetta, ma solo attraverso un’esperienza che ti indica il cammino e ti sostiene nella fatica che questo implica. Antonio Machado in una poesia scriveva: «Viandante non c’è cammino, la via si fa con l’andare». Ti auguro quindi di proseguire con questa drammaticità, vivendo con lealtà estrema gli impulsi del tuo cuore e le circostanze con cui il Mistero si fa visibile.

fonte: https://www.amicidilazzaro.it/index.php/capire-la-propria-vocazione-i-segni-di-cristo-nel-cammino-quotidiano/

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