Ritagli di tempo

Non si parla quasi mai di lei, eppure attende e resiste per vent’anni. Penelope non va in guerra a Troia come Odisseo, per lei la guerra è in casa: da sola con un figlio da crescere e un regno da difendere dai rapaci pretendenti che occupano il palazzo a sbafo, in attesa che lei scelga uno di loro, così da renderlo il nuovo re di Itaca. Ma lei non vuole altri e resiste grazie a una trovata: promette che sceglierà solo quando avrà terminato una magnifica tela. Son già passati quattro anni da quando l’ha cominciata e i pretendenti iniziano a essere sospettosi, e così una serva svela loro che la tela, che la donna tesse di giorno, poi di notte la disfa. Una volta smascherata è costretta a ultimare l’opera, ma nel frattempo Odisseo riesce a tornare. La sua «trama» ha funzionato, trasformando un lavoro tradizionalmente femminile in mezzo per «ingannare» sì i pretendenti ma, quel che più conta: il tempo. In Omero le metafore sono vita tradotta in immagini e come tali vanno lette: vivere non è il semplice susseguirsi dei giorni, ma dar loro un senso. E come? Tessendone la trama. Lo facciamo senza rendercene conto quando narriamo la nostra vita: non raccontiamo lo scorrere dei giorni dalla nascita a oggi, ma solo i «nodi» che hanno «tessuto», nella stoffa temporale comune a tutte le vite, la «nostra» irripetibile storia: questi nodi sono le scelte. Penelope rende tutto ciò evidente. Perché?

Nel mondo greco filatura e tessitura sono entrambe immagini del destino. Le Moire sono le dee che filano e tessono la vita: a ogni uomo è assegnata da Lachesi una precisa quantità di lana grezza, che Cloto trasforma in filo della trama, quello orizzontale, che Atropo, con la navetta a cui è legato, fa passare, sopra e sotto i fili verticali (l’ordito) fissati al telaio, finché non finisce. Il nome di Penelope viene forse proprio dal termine greco che indicava la navetta (anche lei, come il marito, «naviga» in acque tempestose) che serve a guidare il filo della trama nell’ordito, dal cui intreccio emerge il tessuto (dal latino textum viene sia tessuto sia testo). La vita è un tessuto che intreccia il filo personale con i fili della storia del mondo: finito il filo, finito il tessuto, finisce anche la vita. Questo immaginario, ricordato solo da chi sa come è fatto un telaio o nascosto in espressioni come «ritagli di tempo», spiega la trovata di Penelope che, come una dea del destino, non sta tessendo una tela qualsiasi, ma il sudario per l’anziano Laerte (padre di Odisseo): in questo modo ne ritarda la morte, tiene Itaca in vita e ritarda la scelta del sostituto di Odisseo. Il destino è nelle sue mani: inganna — fa e disfa — il tempo. Omero affida a Penelope, «la più intelligente tra le donne», l’esito della storia, ed è lei, seppur immersa in una società che relega la donna a ruoli marginali o puramente funzionali, a dare compimento alla vicenda. È la donna a «fare il tempo», forse perché della vita conosce, nell’anima e nel corpo, il ritmo naturale. Odisseo è abile nel tessere la parola, Penelope lo è nel tessere il tempo; lui tiene il filo del discorso, lei del destino; lui è multiforme nel fare, lei nell’essere.

Infatti, nel 23° canto del poema, tra i miei preferiti, è lei a restituire l’identità a Odisseo, con un’altra trovata. Convinta d’esser ingannata da un dio, Penelope teme che l’uomo che ha dinanzi non sia il vero Odisseo. Allora chiede alla serva di tirar fuori dalla stanza nuziale il letto, perché quell’uomo abbia un giaciglio per dormire. Odisseo s’infuria perché — è l’unico a saperlo — lui stesso ha costruito il loro letto intagliandolo nella radice di uno splendido ulivo: non si può spostare, è il centro del palazzo, la radice da cui Itaca trae vita. Come può averla fatta tagliare? Vedendo la reazione di Odisseo, Penelope può ora ri-conoscerlo e restituirgli l’identità. Omero narra, in un commovente scambio delle parti, che Penelope gli si getta al collo come un naufrago che, finito in mare per colpa di Poseidone, scorge la terraferma. Entrambi sono quindi naufragati (le coppie salde — penso ai miei genitori che hanno appena celebrato 54 anni di matrimonio — sono quelle in cui, insieme e per amore, si superano gli inevitabili naufragi della vita) e l’uno è «terra» per l’altro. I due, sul letto-radice, passano la notte più bella del poema: tra racconti e amore «sospendono» realmente il tempo, infatti Atena decide di fermare il carro del Sole e allungare il buio oltre misura: marito e moglie, nella notte più lunga del mondo, rifondano Itaca. Ma è Penelope che ha permesso a Itaca di rimanere Itaca, a Odisseo di ritornare definitivamente Odisseo: senza lei l’Odissea sarebbe solo un racconto d’avventura e vendetta, invece è la storia di un uomo e una donna che insieme ricuciono il tessuto del tempo, strappato da assurde guerre e divinità capricciose. L’odissea della vita è una tela di cui ora l’uomo è il dritto e la donna il rovescio, ora viceversa: senza uno dei due «non c’è storia».

Di Alessandro D’Avenia

Questo articolo è tratto dalla rubrica “Ultimo Banco” pubblicato sul Corriere della Sera del 11 Novembre 2019.

https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/19_novembre_11/10-ritagli-tempo-81e313a0-03d4-11ea-a09d-144c1806035c.shtml

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