Ci sono, ne sono convinto, due dati incontrovertibili nel Santo Vangelo. Due aspetti inequivocabili della vita del Signore Gesù. Il primo. Gesù ha scelto la via della carità. Questo ‘principio primo’, che non ha certo bisogno di dimostrazioni e argomentazioni, ha un corollario immediato, non meno evidente: la carità, in Gesù, si è concretizzata nella scelta della mitezza. Ritengo si possa sostenere che la carità vera e piena – umanamente perseguibile solo come meta, ma meta a cui ci si può approssimare in modo esaltante, come l’esperienza dei santi ci insegna – si possa incontrare solo in uomo mite; e, viceversa, un uomo autenticamente mite sarà un uomo che vive nella logica della carità. Ma, attenzione, carità e mitezza sono a rischio di pericolosi fraintendimenti e anche, eventualità ancor più spiacevole, di dolorose manipolazioni. Questo rischio diventa certezza se si assume questo primo incontrovertibile dato evangelico, senza tenerlo strettamente in connessione con il secondo. Gesù ha scomodato. Gesù è stato segno di contraddizione. Non ha accontentato i più. Non è stato soft, né politicamente corretto, per usare un termine alla moda nel nostro oggi. Non cedeva quando la sua posizione, il suo pensiero, la sua proposta facevano saltare gli equilibri esistenti, provocavano malumori e brontolii. Sia che questi venissero dal popolo sia che venissero dai capi, da quelli che contavano. Diventava irremovibile, granitico, esigentissimo quando era in ballo la volontà del Padre. Quando la disputa, la questione in gioco andava ad intaccare la missione di cui pian piano era arrivato a maturare la consapevolezza. Gesù è stato accusato di essere arrogante: «chi credi di essere…?» [Gv, 8,53], chi sei tu per mettere in discussione? Cosa pretendi mai di sapere e di rinnovare? Come puoi tu pretendere di dire che questa cosa, che da anni si fa e si ripete, non va bene, non è più giusta? C’è allora un tragico stretto di Scilla e Cariddi che deve attraversare la vita del cristiano, di ogni autentico uomo di fede. Il discepolo è sempre esposto al rischio di arenarsi nelle secche dell’insignificanza e del perbenismo insipido, proprio mentre è convinto di veleggiare sulle rotte della Carità. Ma c’è sempre in agguato anche l’insidia opposta. Quella di schiantarsi sulle rocce taglienti e appuntite dell’arroganza proprio mentre è convinto di cavalcare con ardimento le onde alte dell’autenticità e del coraggio. Grazie al vento dello Spirito non sono pochi, oso sperare, quelli che, proprio come l’eroe Odisseo, superano con successo il pericoloso stretto. Certamente alcuni più prossimi a Scilla, altri al versante di Cariddi. Ma se sono riusciti ad andare oltre, questo poco conta. Non ha alcun senso che si accusino l’un l’altro per il fatto di assomigliare gli uni a Scilla, gli altri a Cariddi. Hanno superato lo stretto. Solcano il mare aperto del Vangelo. È questo ciò che conta. Degli uni e degli altri c’è bisogno. Di Paolo e di Barnaba. Del sanguigno e del pacato. Di Giovanni e di Tommaso. Dell’appassionato e del cocciuto.

È l’avventura della sequela. Sempre uguale e sempre nuova.

Di Don Alessandro Lembo – tratto da Don Orione oggi

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