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Nome: don Marius Beresoaie
Nato il: 01 settembre 1982 a Gheraesti (Neamt) – Romania
Ha emesso la professione perpetua il: 07 marzo 2010
Ordinato sacerdote il: 29 giugno 2011

Per dare inizio al nostro dialogo vorrei chiederle qualcosa su di lei. Chi è Don Marius?
Sono un sacerdote orionino, originario da Gheraesti (Romania) che svolge il suo ministero nella diocesi di Iasi, nel seminario orionino da 6 anni. Ho fatto la professione religiosa a Roma, 6 anni fa, e ho 5 anni di ordinazione sacerdotale.

A che età è entrato nel seminario?
Sono entrato nel seminario di Don Orione a 16 anni, nel secondo anno di liceo.

Ha sentito questa chiamata fin dall’inizio, oppure cammin facendo? Come è nata la sua vocazione?
Ho sentito la mia vocazione piano piano. Non ho mai avuto una “rivelazione” particolare in cui il Signore o qualche angelo mi abbia detto che mi dovevo fare prete, ma ho capito, andando avanti negli anni, che Dio mi voleva su questa strada. Posso dire che la mia vocazione è nata nella famiglia e nella comunità cristiana di Gheraesti. Infatti, fin da piccolo – io sono l’ottavo ed ultimo figlio –, andavo con i miei genitori e con i miei fratelli a Messa. Con l’inizio del servizio come chierichetto, cominciai a guardare con molta ammirazione il mio parroco, Padre Isidor Mocanu, un uomo veramente santo, una guida, un apostolo per la comunità. E così, fin da bambino, nacque in me il desiderio di diventare sacerdote.

Lei ha nominato due pilastri della vita di un uomo, di un seminarista, di un prete: la famiglia e il modello di vita. Quanto è importante il primo pilastro per un seminarista, per un prete?
Come per costruire una casa hai bisogno delle fondamenta, così, per costruire il tuo cammino hai bisogno della famiglia, oppure – in mancanza della famiglia – di persone che ti stiano accanto. Per me è stata molto importante la famiglia perché mi ha guidato e mi ha sostenuto nel capire cosa il Signore volesse da me. Si dice che per poter guardare dalla finestra bisogna allontanare le tende; così è stata la mia famiglia: ha tirato le tende della mia vita perché io potessi sentire la voce del Signore. È nato quindi in me il desiderio di diventare sacerdote, certamente sacerdote diocesano perché non conoscevo altro tipo di sacerdoti. In conclusione, la famiglia, per un giovane, è fondamentale in quanto lo illumina e lo sostiene, perché da soli è difficile realizzare qualcosa.

Ha iniziato un nuovo cammino che l’avrebbe portato alla conoscenza di Don Orione, attraverso i suoi seguaci, sacerdoti, religiosi. Cosa l’ha colpita per farla restare? Com’è stato il primo impatto?
Completai il primo anno delle superiori, dopo aver fatto quella piccola esperienza a Bucarest. All’età di 15 anni, i formatori, vedendomi piccolo, sia di età che di statura, non mi avevano in un primo momento preso in considerazione, perché avevano accolto in seminario fino ad allora soprattutto ragazzi più grandi. Malgrado questo, sono stato accettato, e per rispondere alla tua domanda, sono rimasto colpito fin dai primi giorni dal fatto che i sacerdoti lavoravano manualmente, come scoprii quando mi accorsi che il direttore ed i superiori lavoravano insieme agli operai.
Questa cosa la ricorderò sempre perché in quel momento ho detto: “Ecco, anche loro lavorano come il mio parroco”. Così, ho fatto quell’esperienza molto bella, dopo la quale sono tornato a casa per finire la prima classe di liceo. Dopo aver finito, nell’estate, con ancora più decisione e con maggiore fervore, sono entrato in seminario.

Tanti sentono il desiderio di diventare preti, sentono in qualche modo una chiamata, ovviamente secondo la loro età: però non tutti rispondono. Come formatore e come animatore vocazionale, quali sono i segni di una vocazione?
Il desiderio di diventare sacerdote non è soltanto un sentimento momentaneo, una “ispirazione divina”: può anche esserlo, ma nella normalità, nasce come conseguenza di una “esperienza forte”, dell’ascolto di una testimonianza di un’altra persona. Nessuno può sognare di fare una cosa o diventare qualcuno che non ha mai visto o non ha mai sentito. E questo è un problema perché sono poche le persone che raccontano la loro storia vocazionale, oppure propongono poco ai ragazzi questo cammino. Ed è un peccato che si stia perdendo questo. Infatti, secondo me, la mancanza delle vocazioni non sta nella minore disponibilità dei giovani, perché essi sono sempre aperti ai grandi sogni e alle grandi sfide, ma nell’incapacità di far capire la vita del sacerdote. Questa è la “scintilla” delle vocazioni. Ma, attenzione, non si tratta di una mera pubblicità, ma è testimonianza di vita, espressa con parole e opere, di una vita piena, non dico senza problemi o dolori, ma piena. Se nessuno ne parla… possono esserci vari motivi: o perché i preti sono impegnati – anche se mi chiedo che impegni tu possa avere che ti impediscano di incontrare la gente – o perché pensano che non sia una strada buona per i giovani di oggi, ecc; in tal caso è ovvio che nessuno segue più il Signore nella vita sacerdotale o consacrata.
Per rispondere proprio alla domanda che mi hai fatto, devo affermare che la prima cosa che cerco di individuare in un ragazzo, anche se giovanissimo, e che può essere un segno forte di una “terra buona” dal punto di vista vocazionale, è la “curiosità”, la sua ricerca, non incontrollata, ma guidata. Questo binomio, per me è fondamentale: perché se un ragazzo si lascia guidare e dà segno di capacità di donarsi, allora è segno che vale la pena investire su di lui energie e speranze. Infatti, non c’è una ricetta matematica: non dico mai ad un ragazzo che vuole entrare in seminario che non lo accolgo. A tutti dò la possibilità anche se, piano piano, si rendono conto loro stessi che non vale la pena di continuare.
Un secondo aspetto a cui guardo è la famiglia: che sia una famiglia sana, non perfetta, ma sana, che abbia curato lo spirito del ragazzo e gli abbia dato un fondamento umano. Questo non vuol dire che davanti ad una famiglia con qualche particolare problema, si dice di no ad un ragazzo desideroso di seguire il Signore più da vicino, ma in questi casi, io cerco di capire se c’è stata magari una persona, uno dei genitori, uno zio, un nonno, ecc. che gli abbia posto queste fondamenta. Comunque, in seminario, attraverso lo studio, la preghiera, i momenti formativi, i momenti di fraternità con gli altri seminaristi, si cresce e si diventa consapevoli dei propri limiti e dei propri doni.
Infine, un terzo aspetto, è rappresentato dal vivere insieme, vivere un attimo con il ragazzo o con i ragazzi, portarli fuori dal loro ambiente, e ancora di più inserirli nel nostro ambiente. Questi momenti sono i cosiddetti “campi vocazionali”. Qui inizia il rapporto con loro, si inizia a conoscerli e a fare già qualche passo nel discernimento e nel preparare la scelta verso il loro sogno di diventare sacerdoti, cercando di individuare questi segni per costruire insieme le fondamenta della loro vita religiosa.

Quindi, il cammino di formazione inizia non nel momento di ingresso nel seminario, ma già dai primi contatti con il giovane, tocca le radici della famiglia e della storia della persona; un cammino che si fa “a quattro mani”: quelle del giovane e del formatore. Quali sono le difficoltà del seminarista e quali sono state le sue difficoltà?
È molto difficile individuare le difficoltà, perché ogni persona ha alcuni punti forti e alcuni punti deboli. Secondo me, una delle cause sta nel fatto che il ragazzo ha l’impressione di credere che fuori da questo ambiente si stia meglio, e che il segreto della felicità stia nel realizzare spesso dei cambiamenti di vita. Altre cause appaiono nelle piccole cose, come per esempio nella nostalgia della mamma e del papà, o nel fatto di stare spesso in casa rispetto agli amici e vivere con uno stile di vita più definito: queste tuttavia sono superabili e si matura, perché queste difficoltà sono “terra fertile” su cui il seminarista può edificare le sue fondamenta.
Un’ultima cosa che penso sia importante sottolineare è la fatica personale della vita interiore, cioè nella vita di preghiera e di legami forti con il Signore, di legami profondi tra i seminaristi. Molta colpa risiede nella nostra epoca, nella nostra società che punta soltanto sulle apparenze, mentre la vita “vera” si fonda sulla dimensione profonda dell’anima della persona. Anche i seminaristi che sono “figli di questo tempo”, devono essere molto aiutati in questo perché approfondendo questi aspetti si può diventare un buon prete: scendendo nelle profondità e non rimanendo fermi ad una vita superficiale.

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