Iuda și frații săi

Ciao!
Mi presento: sono Giuda, il primogenito di Giacobbe, patriarca del mio popolo che Jawèh chiama Israele; sono il primo di 12 fratelli tutti maschi (poverine le nostre mamme, neanche una femminuccia a cui poter insegnare i mestieri di casa e con cui condividere discorsi al femminile!), destinato ad essere il futuro capofamiglia della mia tribù. Siamo una famigliaallargatain quanto mio padre ci ha avuti da quattro donne diverse, cosa che al tempo era prassi comune.
Fin da piccolo sono stato cresciuto, così come i miei successivi 9 fratelli, pascolando le greggi, coltivando i campi e raccogliendo la legna per il focolare domestico; viviamo tutti in una grande tenda che montiamo e smontiamo in continuazione, perché ci spostiamo alla ricerca di erba fresca che serve per nutrire le nostre numerose pecore e capre. Abbiamo sempre vissuto bene: una famiglia semplice, unita, dedita al lavoro e alla preghiera.

Poi però è arrivato lui, Giuseppe, undicesimo figlio di mio padre ma primo bebè avuto dalla giovane Rachele. Mio padre era già abbastanza anziano ma Rachele no, era ancora una ragazza quando lo ha sposato: era strano, ma anche molto bello, vedere il miovecchiocosì innamorato, così pieno di attenzioni per questa giovane donna tenera e intelligente. Inizialmente sembrava che Rachele fosse sterile, motivo per cui mio padre soffriva (e probabilmente anche lei).

Un giorno però, col sorriso grato e riconoscente di chi sa che i veri doni vengono dal cielo, nostro padre ci ha annunciato che sarebbe arrivato un nuovo bebè ad allargare la famiglia. Eravamo tutti entusiasti: un nuovo cucciolo d’uomo da coccolare e di cui prenderci cura. Finalmente nacque Giuseppe, un bimbo sveglio e pieno d’energia: era curioso e sembrava proprio con la stoffa del leader, tanto che i nostri genitori stravedevano per lui. Passavano i mesi, gli anni, e questa predilezione cominciava a farsi pesante: “State attenti a Giuseppe, controllate che non si faccia male, non fategli fare giochi pericolosi”! Uffa, sembrava che mio padre si concentrasse a viziare il piccolo come non aveva fatto mai con nessuno di noi. E poi: “Lui non pascolerà le pecore perché deve studiareha talento e bisogna aiutarlo a sviluppare i doni che ha ricevuto”. Pe scurt, noi dovevamosgobbare” tutto il giorno e lui, în schimb, era sempre sollevato dagli incarichi più pesanti. Cominciava a divenire una situazione insopportabile: io, il primogenito (che nel nostro contesto dovrebbe essere colui che è guardato con particolare attenzione), snobbato e messo in secondo piano rispetto ad un undicesimo figlio avuto da una moglie ancora giovane (tanto che potrebbe essere mia sorella!). In più mio padre continuava a dirci che Giuseppe aveva il dono di saper interpretare i sogni, dove però i sogni del sedicente indovino raccontavano sempre di situazioni in cui lui veniva elevato in cielo, dove tutti dovevamo inginocchiarci a lui: persino la luna e le stelle dovevano inchinarsi! Simeone, Issacar e gli altri non lo reggevano più; la “goccia che fece traboccare il vasofu quando Rachele e mio padre gli regalarono una nuova veste tutta intessuta con fili preziosi e colorati, decisamente più bella di tutte le nostre, ormai consunte dal lavoro. Questo era troppo: dovevamo sbarazzarci di lui! Così architettammo di venderlo a mercanti di schiavi che andavano in Egitto in cambio di 20 sicli d’argento, facendo credere a mio padre che una bestia feroce lo aveva sbranato e ucciso. Che brutta cosa, a ripensarla col senno di poi, ma andò proprio così: la gelosia e l’invidia ci stavanorodendo dentroe non vedevamo altra soluzione che liberarci del nostro ingombrante fratellastro.

Perché? Perché in realtà eravamo acciecati e notavamo solo ciò che Giuseppe aveva (sia in termini di doti sia di oggetti sia di attenzioni) e che a noi sembrava mancare. Ci sentivamo inferiori, trattati male e non riuscivamo più a riconoscere i nostri doni, i nostri talenti, le attenzioni speciali che, anche se in modi differenti, nostro padre dava a noi.

L’invidia, che brutta cosa! Fa stare così male che lamorte dell’altrosembra essere l’unica soluzione per fermare il dolore che ci portiamo dentro. Fortunatamente Dio non ci ha abbandonati e non ci ha lasciati a crogiolarci per sempre nel rimorso dovuto al nostro gesto; ci ha stupito, sorpreso come solo Lui sa fare! Infatti dopo vent’anni di rimorsi costanti e in preda ad una bella carestia che rischiava di farci morire tutti, ci ha salvati. Ma per mano di chi? Incredibile, proprio per mano di Giuseppe, nostro fratello, che nel frattempo e dopo una serie di vicissitudini, mettendo a frutto i suoi talenti (che evidentemente c’erano e nostro padre li aveva notati!!), è riuscito a divenire il “ministro dell’economiaegiziano, secondo solo al faraone, ed è riuscito a salvare l’Egitto e noi dalla fame certa. Quando gli abbiamo confessato il nostro peccato, senza sapere che stavamo parlando proprio a nostro fratello e convinti invece di aver di fronte un funzionario egiziano, anche il cuore di Giuseppe si è sciolto e finalmente ci ha perdonati e ci siamo abbracciati in un mare di lacrime (di gioia). Ora viviamo tutti in Egitto assieme a nostro padre, il quale può finalmente morire sereno vedendo la sua famiglia riunita.

Non date spazio all’invidia, ma cercate di riconoscere che siamo tutti diversi, dotati di talenti diversi: questo ci rende unici, speciali e amati. Ciascuno con la sua originalità, ma tutti figli! Fa la differenza.

PS: dopo Giuseppe è nato Beniamino, il più piccolo di tutti noi. Ma con lui avevamo imparato la lezione

Con affetto. Giuda

sursă: "Alege viata" - CEI UNPV

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