La testa di Giovanni giaceva sul vassoio portato nella sala del trono da un soldato. Erode era avvezzo al sangue e alle violenze, ma questa morte – da lui decretata – almeno un poco lo turbava. Il profeta era stimato da tanta gente di Israele che non avrebbe apprezzato la decisione di farlo decapitare. Ma a come tenere a bada le proteste Erode avrebbe pensato successivamente; ora doveva riuscire a dimenticare la sua decisione. Come aveva fatto a prendere un impegno così folle? “Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno”: erano proprio sue quelle parole che gli ronzavano nelle orecchie, le aveva davvero rivolte alla figlia di Erodiade!

Aveva promesso, davanti a troppi testimoni, metà del suo regno a una ragazza come premio per aver danzato in modo travolgente. Ora che ripensava a quel momento non riusciva a capacitarsi di averlo fatto davvero… ma i sensi si erano mossi prima del cervello, molto prima del cervello: l’aveva vista danzare, l’aveva osservata in tutti i suoi movimenti, si era inebriato del profumo che emanava dal suo corpo, aveva desiderato di poterla rivedere in quella danza senza nessun altro. Lui solo con quel corpo che danzava. Non era la prima volta che Erode perdeva la testa per una donna, in particolare l’aveva persa per Erodiade, la madre della ballerina, che egli aveva sottratto al fratello. Proprio per questo adulterio il profeta lo rimproverava, e per questo Erodiade odiava il Battista e finalmente era riuscita a sbarazzarsene. Ma lui no, quel profeta gli era ancora davanti agli occhi, e il suo rimprovero era, a pensarci bene, una parola che egli desiderava ascoltare, perché in fondo al suo cuore sapeva che quel rapporto era sbagliato, ambiguo, dettato solo dalla voglia (da parte sua) e dalla brama di potere (da parte di quella donna). Dovette confessare a se stesso di essere un debole, incapace di resistere a qualunque piacere gli venisse offerto: era in preda ai suoi istinti, e anche quello della violenza abitava nel suo cuore. Per questo non ci pensava due volte a eliminare i potenziali rivali politici, i ribelli, gli abitanti delle cittadine che non si lasciavano sottomettere. Ma sottomettere a cosa? Ai suoi capricci, alle sue brame di ricchezze, per cui spogliava popolazioni già malridotte. Sapeva bene quello che non doveva fare, per essere un sovrano saggio e ammirato (non osava nemmeno dire “amato”), ma sapeva anche che non avrebbe resistito alla prima occasione di impadronirsi delle ricchezze altrui, anche della felicità degli altri: l’avrebbe bevuta come una belva beveva il sangue degli animali che sgozzava. Ma sapeva benissimo che quel sangue non l’avrebbe dissetato, e presto avrebbe dovuto procurarsene ancora. Non lo sapeva, ma un altro incontro lo attendeva, che non lo avrebbe lasciato in pace. Gesù aveva iniziato a predicare e ben presto la fama di questo straccione esaltato, che affascinava le folle meglio di Giovanni, lo avrebbe raggiunto. Ma nemmeno quell’incontro avrebbe cambiato il corso della sua vita e il suo destino: i cani avrebbero leccato il suo sangue, lui ucciso dai suoi rivali. Nel frattempo avrebbe continuato il suo cammino di ubriaco, ubriaco di vino, di donne, di sangue: infelice, sospettoso, prepotente. Cieco a tutto e a tutti, ma non alle sue voglie ignobili.

fonte: Scegli la vita – UNPV

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