La S. Messa “on line” al tempo del COVID-19: tra passione sacerdotale e carità pastorale.

Ricordo molto bene, come se fosse ancora ieri, quella fatidica domenica del 23 febbraio. Io avrei dovuto celebrare la Messa delle ore 18:00 qui in parrocchia a Milano, quando alle ore 17:15 leggo una nota diocesana dal mio smartphone che dice: «Coronavirus. L’Arcivescovo dispone la sospensione delle Messe. La decisione in seguito all’ordinanza del presidente della Regione Lombardia, di concerto con il ministro della Salute, a partire dall’orario vespertino di domenica 23 febbraio fino a data da definirsi. Lunedì 24 verranno fornite ulteriori indicazioni». Doccia fredda. Chiamo subito il parroco, don Luigino, che mi conferma la sospensione immediata della s. Messa.

Sarebbe stata per me l’unica celebrazione di quella giornata. Avrei potuto celebrare da solo, ma dopo quella news non me la sono sentita. Sembrava una cosa surreale in quel momento che mi ha lasciato alquanto basito. Già nei due o tre giorni successivi, notando che nella nostra chiesa “era successo qualcosa”, mi era sembrato di entrare in un lungo “sabato santo”. Il sabato santo infatti è il giorno in cui Gesù è nel sepolcro e tutto tace. Proprio nella seconda lettura dell’Ufficio delle letture del sabato santo leggiamo: «Sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi». Era proprio quella la mia sensazione: un eterno sabato santo.

Poi sappiamo molto bene come la situazione si è evoluta nei giorni successivi: tutto chiuso, nessun ambiente parrocchiale accessibile, tutti in casa. Così sono entrato nell’ottica di dover iniziare a offrire ogni celebrazione eucaristica per tutti coloro che erano coinvolti direttamente in questa epidemia, trasformatasi poi in pandemia, per tutti i parrocchiani e per le persone che conoscevo.

Anch’io a metà marzo sono entrato in quarantena. Un po’ di febbre e dieci giorni di antibiotico per quella placca che sembrava non passasse. Nei primi tre giorni di isolamento in canonica, in cui ho avuto la tipica febbriciattola impercettibile dalle donne ma che debilita noi maschi non abituati a certe prove, non sono riuscito a celebrare la Messa. Nel tardo pomeriggio del quarto giorno – era il 16 marzo – mi sono detto: “Cavoli, oggi inizia il triduo a san Giuseppe. Cosa posso fare?”. Avvertivo anch’io il bisogno di riprendere il contatto con le persone nella celebrazione eucaristica, come immagino tanti altri sacerdoti. Per cui, senza pensarci troppo, ho provato a improvvisare una “diretta Facebook” nella sala della canonica.

“S. Messa in diretta Facebook alle ore 21:00, dal mio salotto al vostro” era l’avviso scritto nel mio profilo Facebook e nel mio stato di Whatsapp, richiamando lo slogan di uno dei video di quei giorni del nostro arcivescovo mons. Delpini. Superato l’impaccio iniziale, sono arrivato a celebrare la solennità di san Giuseppe che già mi sentivo ad un livello avanzato.

Da questo triduo ha iniziato a giocarsi un po’ tutto. Siccome mi arrivavano molte intenzioni di preghiera, di malati, di familiari che perdevano i loro cari a causa del coronavirus e per altri motivi, e anche da alcuni operatori sanitari che quotidianamente erano immersi in quella lotta, ho deciso che questa esperienza sarebbe andata avanti ad oltranza. Sentivo che non potevo far finta di nulla dinanzi a quelle richieste, anche perché mi sono sorpreso per come alcune persone hanno iniziato a seguire questa Messa attraverso il semplice “passaparola”. Certamente il Signore ha voluto tutto questo.

L’appuntamento serale delle ore 21:00, dal lunedì al sabato (che martedì e sabato è alle 18:45), da quel 16 marzo è diventato fisso e sono contento che molte persone si sentono accompagnate. Tra le varie Messe funebri che ho celebrato da quel giorno “in diretta”, ne ho celebrata una anche per una persona della mia famiglia deceduta a causa del coronavirus, toccando in prima persona quanto è stato doloroso non poter vivere il lutto come siamo abituati solitamente.

Questa delle mie “dirette Facebook” è senz’altro un’esperienza piccola, che magari non è diventata “virale” come quella di altri sacerdoti, ma che mi fa toccare con mano come tale modalità può rientrare in quel grande contenitore della “carità pastorale” per trasmettere alle persone la nostra vicinanza. Gesù ha voluto essere vicino alle persone in molte situazioni e con le modalità più disparate, soprattutto con la moltiplicazione dei pani quando ha sentito “compassione per la folla” che sembrava essere senza pastore. Qui sta il senso di queste “dirette”, come anche le Messe domenicali sul canale di Youtube della parrocchia “Oratorio Don Orione Milano” che concelebriamo tutti e tre insieme, don Luigino, don Ale e io.

A tal riguardo non possiamo dimenticare anche le celebrazioni della Settimana Santa. Il Triduo pasquale per noi è stato una situazione celebrativa dai “toni assenti” e, al tempo stesso, un’occasione particolarmente intima: non senza improvvisazione ci siamo arrangiati facendo tutto il minimo indispensabile, ma anche tutto il massimo possibile per rendere speciali le celebrazioni di quei giorni: l’altare ogni giorno preparato in modo diverso, le piante, i fiori, le candele, i canti, i radiomicrofoni e le luci da palcoscenico… il tutto ha voluto dar risaltare la centralità degli eventi pasquali con cui Cristo ci ha regalato la salvezza eterna.

Certamente anche noi sacerdoti non vediamo l’ora di ricominciare ad incontrarci per le s. Messe feriali e domenicali e per tutte le altre attività parrocchiali. Credo tuttavia che questa “situazione” sia diventata anche “occasione” provvidenziale attraverso cui il Signore ha voluto dirci concretamente e (speriamo) in modo credibile che ancora esiste un “cuore sacerdotale” che pulsa per la propria gente e che vuole bene alle persone loro affidate. Un “cuore sacerdotale” grazie al quale può scorrere la Vita vera attraverso la sua Parola e l’Eucaristia, perché è questa (e non altra) la vita che Gesù ha desiderato per il nostro bene. Cose date per scontate fino al 22 febbraio, che forse avevamo bisogno di riscoprire.

 Don Luca Ingrascì

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