Nell’udienza di ieri Papa Francesco ci ha voluto sensibilizzare riguardo alla cura della casa comune. Tema che calza a pennello con il Giubileo per la Terra, che la Chiesa sta vivendo ormai da due settimane.

In particolare, il Papa si è soffermato sul prendersi cura e il contemplare, due “atteggiamenti che mostrano la via per correggere e riequilibrare il nostro rapporto di esseri umani con il creato”.

Il Papa inizia trattando del primo atteggiamento. “Il prendersi cura – dice – è una regola del nostro essere umani, e porta con sé salute e speranza”. Questa cura, però, non basta nutrirla solo tra di noi, ma “dobbiamo rivolgerla anche alla nostra casa comune: alla terra e ad ogni creatura. Tutte le forme di vita sono interconnesse e la nostra salute dipende da quella degli ecosistemi che Dio ha creato e di cui ci ha incaricato di prenderci cura”.

Il secondo atteggiamento è la contemplazione, che significa “andare oltre l’utilità della cosa”, scoprire “il valore intrinseco delle cose conferito loro da Dio”. Contemplare si rivela come “il migliore antidoto contro questo uso improprio della nostra casa comune”, una forma violenza che, per il Papa, è un peccato contro la Creazione: “Sfruttare il creato: questo è il peccato. Crediamo di essere al centro, pretendendo di occupare il posto di Dio e così roviniamo l’armonia del creato, l’armonia del disegno di Dio. Diventiamo predatori, dimenticando la nostra vocazione di custodi della vita”. “Senza contemplazione – continua – è facile cadere in un antropocentrismo squilibrato e superbo, l’io al centro di tutto, che sovradimensiona il nostro ruolo di esseri umani, posizionandoci come dominatori assoluti di tutte le altre creature”. Un peccato ecologico che si riflette nelle relazioni interpersonali: “Chi non sa contemplare la natura e il creato, non sa contemplare le persone nella loro ricchezza. E chi vive per sfruttare la natura, finisce per sfruttare le persone e trattarle come schiavi”.

La contemplazione, dunque, ci permette di crescere non solo nel rapporto con la natura (un rapporto, come dice il Papa, “fraternale”), ma anche nel rapporto con gli altri; insomma, “ci conduce a un atteggiamento di cura”, divenendo in tal modo “custodi della casa comune, custodi della vita e custodi della speranza”, per non lasciare alle generazioni future una Terra fatiscente e in rovina.

Concludendo, il Papa si appella alla responsabilità di ciascuno di noi, affinché diventiamo, nel nostro piccolo, “custodi della casa comune, capaci di lodare Dio per le sue creature, di contemplare le creature e di proteggerle”.

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