Un’udienza «sociale» quella tenuta da Papa Francesco questa mattina, che partendo dalla crisi in corso ha voluto rivolgere un appello a tutti i membri della società: «Per uscire migliori da una crisi come quella attuale, che è una crisi sanitaria e al tempo stesso una crisi sociale, politica ed economica, ognuno di noi è chiamato ad assumersi la sua parte di responsabilità cioè condividere le responsabilità». Ognuno di noi, nessuno escluso.

Tutto questo sta alla base del principio di sussidiarietà, vero cuore dell’udienza, un principio sociale che mette in comunicazione i vari strati della società in modo che si aiutino reciprocamente e possano collaborare, con un dinamismo che, come dice il Papa, va «dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto», dalle istituzioni pubbliche alle famiglie in difficoltà (ad esempio) e viceversa, in un movimento in cui il contributo di ciascuno è fondamentale. Questo principio permetterebbe, dunque, a tutti di assumersi «la propria responsabilità nei processi di guarigione della società di cui fa parte». Tutti, nessuno escluso: non solo i potenti, i ricchi, gli esperti dei diversi settori, ma anche i poveri e gli umili, poiché «la loro saggezza non può essere messa da parte».

Si delinea così l’immagine di società come un corpo, per rubare una metafora cara a S. Paolo, in cui tutte le membra svolgono una funzione fondamentale, anche quelle che sembrano più deboli. Il principio di sussidiarietà è espressione dunque di una solidarietà squisitamente cristiana, che dà speranza anche ai più sfortunati, agli «scarti» della società: «Attuare – dice il Papa – il principio di sussidiarietà dà speranza, dà speranza in un futuro più sano e giusto; e questo futuro lo costruiamo insieme, aspirando alle cose più grandi, ampliando i nostri orizzonti. O insieme o non funziona». È una solidarietà che acquista senso proprio nella sussidiarietà: «Solidali, perché andiamo sulla strada della sussidiarietà. Infatti, non c’è vera solidarietà senza partecipazione sociale».

L’invito del Papa, al termine dell’udienza, è dunque quello di puntare in alto, sperando in un futuro migliore e in una società più giusta: «La speranza è audace, e allora aiutiamoci a sognare in grande. Fratelli e sorelle, impariamo a sognare in grande! Non abbiamo paura di sognare in grande, cercando gli ideali di giustizia e di amore sociale che nascono dalla speranza. Non proviamo a ricostruire il passato, il passato è passato, ci aspettano cose nuove. Il Signore ha promesso: “Io farò nuove tutte le cose”».

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