L’anno che verrà

di Alessandro D’Avenia

Qualche giorno fa, al risveglio, la casa galleggiava in una luce lattiginosa. I tetti, i rami, le macchine erano di un’unica silenziosa consistenza: nevicava da ore. La neve è una delle manifestazioni della bellezza che ci ricordano che la vita può ancora e sempre sorprenderci: uno di quei momenti in cui ci «tocca» e ce ne sentiamo parte. Alla neve somigliano i giochi degli uomini, con l’attesa, fino all’ultimo, del sorprendente colpo vincente. Alla neve somiglia l’amore: (ac-)cade e trasforma tutto il paesaggio interiore ed esteriore. Sono tutte apparizioni dell’imprevedibile che ci mostrano che la gioia è possibile, ma che si offre a noi solo quando sappiamo ricevere la vita in dono, cioè entrando in relazione profonda con la realtà. Tocca quindi a noi darle l’occasione di «ac-cadere», tenendo occhi e mani aperti. Solo così, come dice il sociologo Hartmut Rosa nei suoi scritti, possiamo entrare in «risonanza», cioè fare esperienza di momenti in cui la vita ci parla, come un amico, strappandoci alla noia, all’indifferenza e all’assurdo. Questa gioia è diventata rara perché, proprio per averla sempre a portata di mano, abbiamo voluto rendere il mondo e gli altri sempre totalmente manipolabili e disponibili: volendo il controllo di tutto, abbiamo esiliato il miracolo, che poi non significa «ciò che è straordinario» ma soltanto «ciò che non si può non vedere», come la neve…

Quasi niente più ci tocca e a volte ci accorgiamo troppo tardi che solo le relazioni profonde con il mondo, con le persone e con Dio sono le occasioni che permettono la «risonanza». Quando invece tutto deve essere subito disponibile, allora il mondo, le persone e Dio diventano muti, al massimo fanno eco a noi stessi. Gridiamo sempre più forte che vogliamo essere felici, ma così l’eco dura soltanto qualche attimo in più, ma poi, sempre e comunque, si spegne… La risonanza invece, cioè la relazione profonda con la realtà, è un dialogo trasformante con ciò che è altro da noi, come accade ad esempio con la musica. La risonanza ci tocca attraverso l’emozione che, positiva o negativa che ci sembri, è in senso letterale ciò che ci spinge fuori (e-movere) da noi stessi, gettando un ponte verso un pezzo di mondo che ignoravamo: le lacrime spesso certificano l’autenticità dell’incontro, il livello della risonanza. Ma proprio questo è il mistero della gioia: si trova solo quando rispondiamo all’appello delle cose e delle persone dando loro tutto il tempo di esistere e raccontarsi. Così entrano nella memoria i nostri incontri con la realtà, che sono quella gioia duratura e inalienabile che chiamiamo «ricordi» ma che faremmo bene a chiamare «vita salvata». Perché ciò ci accade di rado? Per il rapporto che abbiamo con il tempo. Ho intitolato «Alla ricerca del tempo sprecato» la parte del mio recente libro (L’appello) dedicata al diario del protagonista, un professore divenuto cieco che, proprio perché non vede, può solo «rispondere» al mondo, lasciarsi toccare, non avere il controllo di nulla. Il tempo sprecato è spesso proprio quello che vorremmo risparmiare, accelerando e spuntando le liste di «cose da realizzare» nella speranza che, alla fine dell’elenco, il risultato sia la felicità… eppure nessuno di noi ascoltando la musica che ama a velocità doppia se la gode di più. E così l’ossessione di «ottimizzare» ci ha portato all’esito opposto. Volevamo affrancarci dalla lentezza della natura, avere il controllo totale e immediato della vita. E così si sono fatti strada l’affanno l’ansia: saliamo su una scala mobile che va in senso contrario, per star fermi dobbiamo muoverci, per avanzare dobbiamo correre. E correre è diventato così il senso della vita. E invece, se ci pensiamo, è proprio quando la vita riesce a toccarci che rallentiamo, respiriamo, «perdiamo» tempo, anzi lo «recuperiamo» perché solo la relazione profonda con le cose e le persone amplia e salva il tempo, che è vita che non ci può essere più tolta e risuona in noi anche a distanza di anni.

Questo mi e vi auguro per quest’anno: la vita torni a parlarci e noi ad ascoltare ciò che Baudelaire chiamava «il linguaggio dei fiori e delle cose mute», che altro non è che la relazione buona con tutto ciò che non pretendiamo di manipolare e consumare. Solo se smettiamo di voler dominare il mondo e diventiamo disponibili al miracolo, allora il miracolo «ac-cade» nel quotidiano. Lo aveva già cantato Dalla: «E se quest’anno poi passasse in un istante, / vedi, amico mio, / come diventa importante, / che in questo istante ci sia anch’io». Ciò che conta non è cosa accade in un anno (che noia la lamentela sul 2020 e la superstiziosa sicurezza di un 2021 migliore…), ma che ci siano relazioni profonde. Il 2021 sarà migliore solo se ci lasceremo amare e ameremo di più, perché solo l’amore libera il canto della vita incastrato in ogni angolo, anche il più dimenticato, del mondo.

Tratto da https://www.corriere.it/alessandro-d-avenia-ultimo-banco/21_gennaio_04/61-l-anno-che-verra-dba905e0-4dc8-11eb-9cf1-84344d938408.shtml

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